Ilaria Alpi - L'ultimo viaggio
1) La scottante verità di Ilaria Alpi (di Manlio Dinucci su Il Manifesto del 09.06.2015)
2) Ilaria Alpi e la CIA: cose di Cosa Nostra e Cosa Loro (di Luigi Grimaldi)
3) “Un traffico d’armi per conto della CIA”: l’ultima verità su Ilaria e Miran (di Daniele Mastrogiacomo su La Repubblica del 10.04.2015)
IL DOCUMENTO: Ilaria Alpi - L'ultimo viaggio (Speciale di RAI3 del 11/04/2015)
Sono passati ventuno anni dalla morte di
Ilaria Alpi, giornalista Rai e del suo operatore Miran Hrovatin, uccisi in un
agguato a Mogadiscio il 20 marzo del 1994. Da allora molti misteri, molti
depistaggi, hanno tenuta nascosta la verità sui mandanti, sugli esecutori
materiali, sul movente di quel sangue. "Ilaria Alpi – L'ultimo
viaggio" prova ad accendere qualche nuova luce sull'inchiesta che Ilaria
stava facendo in Somalia sul traffico internazionale di armi, ora che
nuovi documenti sono stati de-secretati e nuove testimonianze acquisite. Cosa
aveva scoperto Ilaria Alpi durante il suo ultimo viaggio? Che cosa le è
stato impedito di raccontarci con quell'ultimo agguato a Mogadiscio? Una
docu-fiction di Claudio Canepari prodotta da Rai Fiction in collaborazione con
Magnolia.
VIDEO:
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-77f45782-2361-40cd-a00a-1ede256a8794.html
Sui traffici di armi organizzati dai paesi NATO per sostenere le parti secessioniste e squartare la Jugoslavia si veda anche alla nostra pagina dedicata:
http://www.cnj.it/documentazione/traffici.htm
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http://ilmanifesto.info/la-scottante-verita-di-ilaria-alpi/
L'arte della guerra. La rubrica settimanale di Manlio Dinucci
La scottante verità di Ilaria Alpi
di Manlio Dinucci su Il Manifesto del 09.06.2015
La docufiction «Ilaria Alpi – L’ultimo viaggio» (visibile sul sito di Rai Tre [ http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-77f45782-2361-40cd-a00a-1ede256a8794.html ]) getta luce, soprattutto grazie a prove scoperte dal giornalista Luigi Grimaldi, sull’omicidio della giornalista e del suo operatore Miran Hrovatin il 20 marzo 1994 a Mogadiscio. Furono assassinati, in un agguato organizzato dalla Cia con l’aiuto di Gladio e servizi segreti italiani, perché avevano scoperto un traffico di armi gestito dalla Cia attraverso la flotta della società Schifco, donata dalla Cooperazione italiana alla Somalia ufficialmente per la pesca.
In realtà, agli inizi degli anni Novanta, le navi della Shifco erano usate, insieme a navi della Lettonia, per trasportare armi Usa e rifiuti tossici anche radioattivi in Somalia e per rifornire di armi la Croazia in guerra contro la Jugoslavia.
Anche se nella docufiction non se ne parla, risulta che una nave della Shifco, la 21 Oktoobar II (poi sotto bandiera panamense col nome di Urgull), si trovava il 10 aprile 1991 nel porto di Livorno dove era in corso una operazione segreta di trasbordo di armi statunitensi rientrate a Camp Darby dopo la guerra all’Iraq, e dove si consumò la tragedia della Moby Prince in cui morirono 140 persone.
Sul caso Alpi, dopo otto processi (con la condanna di un somalo ritenuto innocente dagli stessi genitori di Ilaria) e quattro commissioni parlamentari, sta venendo alla luce la verità, ossia ciò che Ilaria aveva scoperto e appuntato sui taccuini, fatti sparire dai servizi segreti. Una verità di scottante, drammatica attualità.
L’operazione «Restore Hope», lanciata nel dicembre 1992 in Somalia (paese di grande importanza geostrategica) dal presidente Bush, con l’assenso del neo-presidente Clinton, è stata la prima missione di «ingerenza umanitaria».
Con la stessa motivazione, ossia che occorre intervenire militarmente quando è in pericolo la sopravvivenza di un popolo, sono state lanciate le successive guerre Usa/Nato contro la Jugoslavia, l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, la Siria e altre operazioni come quelle in corso nello Yemen e in Ucraina.
Preparate e accompagnate, sotto la veste «umanitaria», da attività segrete. Una inchiesta del New York Times (24 marzo 2013 [ http://www.nytimes.com/2013/03/25/world/middleeast/arms-airlift-to-syrian-rebels-expands-with-cia-aid.html?_r=1 ]) ha confermato l’esistenza di una rete internazionale della Cia, che con aerei qatariani, giordani e sauditi fornisce ai «ribelli» in Siria, attraverso la Turchia, armi provenienti anche dalla Croazia, che restituisce così alla Cia il «favore» ricevuto negli anni Novanta.
Quando il 29 maggio scorso il quotidiano turco Cumhuriyet ha pubblicato un video che mostra il transito di tali armi attraverso la Turchia, il presidente Erdogan ha dichiarato che il direttore del giornale pagherà «un prezzo pesante».
Ventun anni fa Ilaria Alpi pagò con la vita il tentativo di dimostrare che la realtà della guerra non è solo quella che viene fatta apparire ai nostri occhi.
Da allora la guerra è divenuta sempre più «coperta». Lo conferma un servizio del New York Times (7 giugno [ http://www.nytimes.com/2015/06/07/world/asia/the-secret-history-of-seal-team-6.html ]) sulla «Team 6», unità supersegreta del Comando Usa per le operazioni speciali, incaricata delle «uccisioni silenziose». I suoi specialisti «hanno tramato azioni mortali da basi segrete sui calanchi della Somalia, in Afghanistan si sono impegnati in combattimenti così ravvicinati da ritornare imbevuti di sangue non loro», uccidendo anche con «primitivi tomahawk».
Usando «stazioni di spionaggio in tutto il mondo», camuffandosi da «impiegati civili di compagnie o funzionari di ambasciate», seguono coloro che «gli Stati uniti vogliono uccidere o catturare».
Il «Team 6» è divenuta «una macchina globale di caccia all’uomo». I killer di Ilaria Alpi sono oggi ancora più potenti. Ma la verità è dura da uccidere.
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Inizio messaggio inoltrato:
Da: Luigi Grimaldi <grimaldipress @ gmail.com>
Oggetto: Contributo di Luigi Grimaldi. Richiesta Ospitalità per
pubblicazione on line
Data: 14 giugno 2015 13:45:54 CEST
ILARIA
ALPI E LA CIA: COSE DI COSA NOSTRA E COSA LORO
di Luigi Grimaldi
In relazione all'importante articolo di Manlio Dinucci pubblicato sul Manifesto
del 9 giugno (La scottante verità di Ilaria Alpi http://ilmanifesto.info/la-scottante-verita-di-ilaria-alpi/ ),
molto ripreso e dibattuto in rete, in cui sono citato come consulente della
docu-fiction di Rai 3 "Ilaria Alpi L'Ultimo Viaggio", vorrei
esprimere la mia opinione.
Un esercizio molto di moda nel nostro paese, a cominciare dal
"lavoro" di Carlo Taormina, in relazione al caso Alpi Hrovatin, è
quello della destrutturazione del lavoro di ricerca e analisi di chi cerca
la verità, senza pretendere di possederla. In inglese
"debunkers", specialità tipica di coloro che accusano di dietrologia
e complottismo chi mette in discussione le affermazioni di noti bugiardi. Ognuno
è libero di avere le proprie opinioni e di criticare, ma anziché
baloccarsi a discettare su ciò che non è il
"caso" in questione (esercizio troppo facile in assenza di
argomentazioni fattuali) ci si dovrebbe esercitare su ciò che è
stato e che è il caso Alpi Hrovatin. Ci si esponga insomma se si
vuole intervernire. Per me la questione di fondo è e rimane il ruolo della Cia
nella vicenda Alpi. Più di qualcuno, certamente in buona fede, ma in modo
miope, continua a sostenere che un coinvolgimento della Cia nel delitto di
Mogadiscio sarebbe un comodo schermo per le responsabilità italiane. Non è
così. Ritengo sia un distinguo inconsistente . E' chiaro che nulla di
quanto è accaduto in Somalia, traffici di armi e rifiuti, ma non solo, sarebbe
stato possibile senza un attivo coinvolgimento dei servizi italiani
e della politica. Ma dov'è il confine tra intelligence italiana e USA? Non
c'è! Perché la Somalia era "Cosa Nostra", fin dai tempi delle colonie
dell'impero.... Notizia ben chiara anche alla CIA che al momento di attivare
la propria cellula a Mogadiscio (nell'agosto del 1993) affianca al capo
stazione un particolare agente: non uno che parli il somalo o l'arabo, ma
Gianpaolo Spinelli: perché di origini italiane, perché parla italiano e
perché da anni è l'agente di collegamento tra la CIA e il Sismi a Roma (lo
ritroveremo nel caso Abu Omar a Milano e nello scandalo sullo spionaggio
Pirelli-Telecom-Sismi al fianco di Mancini e Tavaroli). Dov'è quindi la
contraddizione??? Dov'è il problema? Se la Somalia era "Cosa Nostra",
nel senso dell'Italia, i nostri servizi (o una fazione all'interno di questi)
sono da sempre "cosa loro", nel senso dell'intelligence USA. E
allora tutto si spiega: mi riferisco in particolare agli ostacoli giudiziari
all'accertamento della verità, come il caso Gelle o i molti depistaggi a cui in
questi anni abbiamo assistito e che hanno dimostrato una intensità, una
continuità e un livello mai visti se non per casi come Ustica, la strage di
Bologna, il Moby Prince. Sin dal primo giorno dopo il delitto (chi conosce
"le carte" lo sa) si è depistato per accreditare la tesi della rapina
e escludere il delitto su commissione, che invece prevede dei moventi: e chi
compie questo gioco di prestigio? Unosom, la cellulla dei Servizi di
informazione di Unosom. E chi è Unosom? Unosom è "cosa loro", la
finta uniforme degli USA per le cosiddette operazioni di ingerenza umanitaria a
suon di carri armati e di missili.Un coinvolgimento mosso da “necessità
nazionali” o maturate in ambito Nato? Ci sono indizi sufficienti e documentabili
oltre ogni incertezza per affermare che il duplice delitto di Mogadiscio
sia stato, per dirlacon le parole di Luciana Alpi, la mamma di Ilaria,
concordato.Concordato in più sedi e a più livelli, all'interno di uno
scacchiere internazionale ben definito e circostanziato che
appare abbastanza evidente analizzando il contesto storico in cui matura.
La contemporaneità della guerra nella ex Yugoslavia in primo luogo, il lavorio
per predisporre l'ingresso di paesi dell'ex blocco comunista nella Nato
(come Polonia e Lettonia), i rapporti, che definire contraddittori è davvero
poca cosa, tra blocco occidentale e paesi musulmani (leggi Afganistan e Yemen),
sono elementi che costantemente emergono se si analizza con lucidità la
vicenda nel suo complesso, guardando l'orizzonte senza limitarsi a far la
guardia al recinto dell'orto. La verità sul caso Alpi fa ancora paura dopo
21 anni e quanto si è messo in campo per impedire che venisse alla luce,
ivi comprese le inutili conclusioni della commissione presieduta con
disinvoltura da Carlo Taormina e sostenute dalla maggioranza di centro
destra (anche se a dire il vero la “sinistra” non ha brillato), la dice lunga
sul livello delle responsabilità che ancora devono essere coperte. Le prove ci
sono. Il quadro è chiaro. Il disegno leggibile: basterebbe che ognuno
facesse la sua parte fino in fondo.
=== 3 ===
“UN TRAFFICO D’ARMI PER CONTO DELLA CIA”: L’ULTIMA VERITÀ SU ILARIA E MIRAN
Un’imboscata
per eliminare due cronisti che facevano domande scomode. Le rivelazioni sulla
morte della Alpi e di Hrovatin in una docu-fiction su Rai 3.
di DANIELE MASTROGIACOMO
NESSUNA rapina o tentativo di sequestro. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono
caduti in un’imboscata. Un agguato studiato nei dettagli per mettere a tacere
due giornalisti diventati troppo pericolosi. Grazie ad una soffiata della
parte dei Servizi italiani rimasta legata al signore della guerra Mohammed
Farah Aidid, il Tg3 della Rai avrebbe raccolto sufficienti indizi per
smascherare un traffico d’armi clandestino portato avanti da due noti broker
internazionali: il siriano Monzer al-Kassar e il polacco Jerzy Dembrowski.
Il tutto in un territorio controllato dall’altro signore della guerra somalo,
Mohammed Ali Mahdi, su cui avevano puntato gli Usa. Un traffico svolto per
conto della Cia e gestito dalla flotta della società Schifco, donata dalla
Cooperazione italiana alla Somalia per incrementare l’industria peschiera
nell’Oceano Indiano del Corno d’Africa. Non è facile rievocare
l’assassinio di Ilaria e Miran. Soprattutto dopo 21 anni da quella tragica
esecuzione, avvenuta il 20 marzo del 1994 a Mogadiscio. E’ stata esplorata
in otto processi, indagata da quattro Commissioni parlamentari e conclusa,
almeno da un punto di vista giudiziario, con una condanna a 26 anni nei
confronti di un cittadino somalo, Hashi Omar Assan, che molti credono
innocente.
Con una docu-fiction elaborata in oltre un anno di indagini che andrà in onda
sabato prossimo su Rai 3 alle 21,30, gli sceneggiatori Claudio Canepari e
Massimo Fiocchi, per una produzione Magnolia, sono riusciti a ripercorrere
gli ultimi mesi di lavoro e di vita di Ilaria Alpi. Con il titolo “Ilaria Alpi
- L’ultimo viaggio “, realizzato anche da Mariano Cirino e
Gabriele Gravagna e raccontato dall’inviata Lisa Iotti, il video si snoda in un
racconto chiaro, dal ritmo battente, con immagini del tutto inedite sui
200 giorni trascorsi in Somalia dalla giornalista del Tg3. Grazie alle
riprese conservate dall’operatore Rai Alberto Calvi che ha sempre seguito con
Ilaria l’operazione Restore Hope, rinunciando all’ultima, fatale missione,
si scopre il lavoro costante della collega.
Solo la lettura degli atti desecretati, assieme alle testimonianze dello stesso
Calvi, di Franco Oliva, l’ex funzionario della Farnesina spedito in Somalia per
mettere ordine nell’attività della Cooperazione e vittima a sua volta di
un attentato a cui è scampato per miracolo, il lavoro di Ilaria e Miran prende
corpo e forma. Le rivelazioni di un ex appartenente alla “Gladio”, rete
clandestina anticomunista, riempiono infine quei vuoti che né la magistratura
né la Commissione di indagine erano riuscite a colmare, aprendo la strada
all’agguato per rapina o sequestro.
Con uno scoop finale, grazie al contributo del giornalista Luigi Grimaldi.
Quello che fa intuire il movente di un duplice omicidio. Ilaria Alpi e Miran
Hrovatin si erano avvicinati troppo ad un traffico che doveva restare
segreto: riguardava anche la spedizione in Somalia di una partita di 5000
fucili d’assalto e 5000 pistole da parte degli Usa. Ufficialmente. Ma in realtà,
attraverso una triangolazione che aggirava l’embargo decretato dal Consiglio di
Sicurezza dell’Onu nel 2002, una partita destinata alla neonata
federazione croata-bosniaca durante la guerra nell’ex Jugoslavia.
Due differenti carichi, trasferiti da navi della Lettonia a navi della Shifco
sempre al largo della Somalia, sono segnalati in due rapporti delle Nazioni
Unite del 2002 e del 2003. Il primo avviene il 14 giugno del 1992; il
secondo nel marzo del 1994: è identico a quello registrato a bordo della “21
Oktoobar”, l’ammiraglia della flotta Schifco, la cui rotta è tracciata dai
Lloyds fino al porto iraniano di Bandar Abbas. Di qui, avrebbe preso il largo
verso la Croazia a bordo di un’altra nave. Ilaria a Miran moriranno pochi
giorni dopo.
La “Farax Oomar”, l’altra nave della Schifco, con a bordo 2 italiani e
ormeggiata a Bosaso su cui indagava la giornalista Rai, era ostaggio del clan
di Ali Mahdi. Serviva come garanzia del pagamento della tangente per il
traffico d’armi Usa-Italia destinato a Zagabria. Ilaria Alpi ignorava tutto
questo. Ma aveva dei sospetti. Cercò di chiarirli nella sua ultima
intervista al sultano di Bosaso: gli chiese se la “Farax Oomar” ormeggiata in
porto era sotto sequestro. Una domanda fatale.
Nella docu-fiction basta osservare la reazione del capo tribù. Ilaria e Miran
verranno attirati in una trappola con una telefonata di cui si ignora l’autore.
Lasciano il loro albergo e si avventurano nella parte sud di Mogadiscio
per raggiungere l’hotel Amana. Fanno qualcosa che non avrebbero mai fatto se
non davanti a qualcosa di eccezionale. Dopo un agguato verranno freddati
entrambi con un colpo alla nuca. Una vera esecuzione. Per mettere fine a quella
curiosità e al riparo un segreto imbarazzante.
10 aprile 2015